MESSICO



I MAYA - pag. 2

........Rivestiva dunque grande importanza la figura di Chaac, il dio della pioggia e dei fenomeni ed essa connessi; egli era in generale un protettore dell’attività agricola ed era considerato come unità dei bacabes posti ai quattro angoli del mondo. In stretta relazione con i bacabes erano considerati i Chaques, quattro aiutanti di Chaac ai quali egli delegava le sue funzioni. La religione era dunque parte integrante della vita quotidiana e risultava un utile strumento di dominio per i sacerdoti governanti il cui potere era strettamente connesso alla conoscenza della sfera del sovrumano. Ma nemmeno la religione e le conoscenze astronomiche e matematiche così evolute seppero arrestare il declino veramente rapido di questa civiltà che alla fine del periodo classico conobbe un vero e proprio collasso; le città furono repentinamente abbandonate ed avviluppate dalla selva senza lasciare un segno certo della causa di tale decadenza. Varie sono state le ipotesi avanzate per dare una spiegazione di tale fenomeno, dovuto a cause naturali: a un improvviso cambiamento climatico o a catastrofi piuttosto frequenti in quelle regioni come terremoti o uragani, oppure a cause economiche e socio-politiche: guerre intestine, invasioni straniere, sovrappopolamento in relazione ad un grande decremento della produzione.

 

Oggi è più facile ritenere che si trattò di un concorso di cause a determinare quell’improvviso declino che però fu di breve durata; la cultura Maya si spostò più a nord, nelle pianure dello Yucatan, dove i centri yucatechi seppero felicemente reinterpretare le tradizioni culturali del passato. 1. Identità e demografia Gli anni della colonizzazione e successivamente quelli della indipendenza sono generalmente considerati rispettivamente come storia della Nuova Spagna e storia del Messico, relegando in posizioni marginali, in un certo senso fuori dal corso della storia, le vicende delle popolazioni autoctone viste come semplici oggetti dell’amministrazione coloniale o della conversione religiosa.Ciò che ce le può fare percepire come soggetti storici di primo piano sono quelle strategie che essi hanno escogitato per recuperare e mantenere la propria identità culturale, garantendone la sopravvivenza sino ad oggi. In generale il popolo maya ha dimostrato una grande capacità di assorbimento ed adattamento ai nuovi costumi che hanno spesso trovato con facilità nuove interpretazioni ed un costante riaccomodamento negli schemi tradizionali, con il risultato che ha saputo mantenere sino ad oggi una forte identità etnica nonostante le dominazioni che hanno pesantemente minato le fondamenta della sua cultura e che in molti casi hanno decretato la scomparsa di altre culture indigene.

 

La prima e la più immediata di tali strategie è da considerarsi certamente la lotta e la cosiddetta “guerra de castas”, ha rappresentato uno dei momenti più alti della resistenza india. Scoppiata nel 1847, la “guerra de castas” oppose indigeni e bianchi in una spietata e sanguinosa lotta che portò all’uccisione di più di duecentocinquantamila individui, ovvero quasi un terzo dell’intera popolazione dello Yucatan. Sebbene determinato da cause economiche e politiche, soprattutto dal tentativo di sottrarre le terre comunali ai nativi da parte del neo governo liberalista, il conflitto assunse ben presto i connotati di un’insurrezione generalizzata tesa al riscatto etnico e la sua conclusione non si ebbe che dopo più di mezzo secolo, nel 1901, anche se seguirono a quella data altri episodi militari e la pacificazione degli ultimi gruppi ribelli avvenne solo nel 1937. La ribellione maya assunse sin dal principio le caratteristiche del movimento millenaristico e la sfera del sacro ebbe un ruolo dominante nel catalizzare i valori fondamentali che conferivano senso all’insurrezione collettiva. I gruppi ribelli si organizzarono intorno a figure di profeti che acquisirono il prestigio ritrovando le motivazioni per una rivolta contro i creoli nelle antiche trascrizioni dei libri del Chilam Balam che furono il costante riferimento ideologico della lotta.

 

Tali profeti, in maggioranza sciamani e sacerdoti, ebbero il merito di ritrovare la giustificazione per le insurrezioni in quell’ambito nel quale i conquistatori non avevano mai potuto accedere, ovvero nel profondo delle credenze spirituali e religiose antiche (Bartolomé, 1988). La religione dunque, sebbene risultato di un sincretismo, divenne artefice dell’unificazione degli intenti degli indigeni che attinsero le verità risvegliando antichi riti pre-cristiani che mai avevano cessato di essere praticati in segreto. Tali movimenti politico-religiosi divennero totalizzanti con lo sviluppo del culto della “Cruz Parlante”: una croce ritrovata in un cenote capace di parlare al popolo scelto da Dio per lottare contro i bianchi e per la quale fu costruito un santuario a Chan Santa Cruz, l’odierna Carrillo Puerto, che divenne il quartier generale degli indios rifugiati nei territori del nord-est della penisola. Anche se la lunga guerra non liberò i Maya dalla sottomissione, essa fu determinante nel fortificare, grazie soprattutto ai suoi aspetti spirituali, l’identità culturale indigena che proprio in questi anni visse un importante momento di riappropriamento culturale senza che questo significasse inevitabilmente un ritorno al mondo preispanico.

 

Nella felice definizione di Bartolomé (una cultura di resistenza che cerca di mantenere la continuità, ristrutturata, ma vissuta come propria) risiede l’importanza di intendere quegli anni di lotta come un momento di riappropriamento di se stessi, della vita di comunità e delle espressioni simboliche. Ed è proprio nella “rinascita comunitaria” che secondo Jan de Vos (1998: 501) ritroviamo l’origine di molte delle usanze e dei rituali che possiamo osservare oggi all’interno della regione maya. I numerosi culti preispanici, strettamente connessi al mondo contadino persistettero nei villaggi e gli usi rituali riferiti ai campi di mais, alle grotte, ai cenotes e ad altri luoghi sacri dove pregare e fare offerte ai vari dei, ebbero una “rinascita insperata”. Il mantenimento dei rituali proibiti ed il riappropriamento delle pratiche ereditate dal periodo della colonia, come la celebrazione di feste per i santi cattolici organizzate dai mayordomos contribuirono a “reinventare” una cultura che i Maya ricominciarono a sentire come “propria”. Lotta, spiritualità e rinascita comunitaria furono gli agenti del riscatto culturale indigeno che contribuirono alla riformulazione dell’identità etnica insieme ad un ulteriore importante tratto di identificazione etnica: la lingua. Oggi il mosaico linguistico rispetto alla sola lingua Maya è molto vario e diversi sono i dialetti in cui si dividono i molti idiomi che appartengono al ceppo maya e che sono parlati ad esempio in Chiapas o in Guatemala.

 

Significativamente in tutta la penisola si parla un solo idioma, classificato come maya yucateco ed esso gode di un prestigio conferitogli nel corso degli anni in particolare da uno sviluppo letterario verificatosi soprattutto nel corso della “guerra de castas” quando i documenti ufficiali erano scritti nella lingua indigena che oggi a differenza di altre lingue indigene, è parlata dai nativi e curiosamente anche da un discreto numero di meticci che lo utilizzano come un elemento di prestigio da esibire nelle relazioni sociali. Questo fatto, si delinea come un curioso fenomeno di “prestito culturale” che in altre zone del Paese si attua più normalmente al contrario, ovvero con una preminenza sempre maggiore del “castellano” sulle lingue indigene che risentono di un progressivo impoverimento e perdita di prestigio nei confronti della lingua egemone. Oggi la popolazione maya ammonta a circa settecentomila individui, circa un terzo dell’intero numero di abitanti della penisola e la proporzione non varia significativamente se si restringe l’indagine ai tre stati che compongono politicamente la regione. Campeche, Yucatan e Quintana Roo sono suddivisi in entità amministrative più piccole: i municipi, i quali a loro volta sono a capo di unità territoriali, dette ejidos, ovvero terre coltivabili concesse dal governo dopo la rivoluzione. Non tutti i Maya vivono oggi nei rispettivi villaggi di appartenenza o nelle piccole comunità che si contano numerose in tutta la regione. L’emigrazione dalle comunità rurali verso i centri urbani è un evento frequente e chi ha potuto è emigrato in altri stati della Repubblica in cerca di fortuna oppure ha trovato impiego nelle aree urbane o nella sempre crescente richiesta di manodopera dell’industria del turismo sulla costa caraibica. Le zone rurali hanno chiaramente mantenuto uno stile di vita più tradizionale strettamente correlato alla coltivazione della terra e del mais, il prodotto intorno a cui ruota l’intera esperienza quotidiana delle comunità; qui le usanze della società dominante fanno fatica a farsi largo e resistono oltre alla lingua e alla religione, sistemi di riproduzione culturale, di organizzazione sociale e di credenze magiche e mitologiche che fungono da fattori di resistenza culturale e di identificazione etnica (Bastarrecha Manzano 1994:3).

 

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